X-Sender: casati@atacama.ehess.fr
X-Mailer: QUALCOMM Windows Eudora Version 5.1
Date: Tue, 12 Feb 2002 15:18:48 +0100
To: origgi@poly.polytechnique.fr (Gloria Origgi)
From: Roberto Casati <casati@ehess.fr>
Subject: soros


ecco il msg per armando, con pubblicita' pro nobis di passaggio
besos
r
come e' andata con prodi??




Caro Armando,
eccoti il pezzo (breve), nel testo e in attachment. A presto
Roberto



Secondo una stima, ogni anno la comunità scientifica mondiale produce quattro milioni di articoli in ventimila riviste specializzate con comitato di lettura. L’innovazione scientifica e tecnologica passa per questo insieme di testi, viene consultata dagli addetti ai lavori e dalle industrie,  produce altra ricerca e altra innovazione, e ha ricadute continue e incalcolabili sull’economia e sulla società. Chi paga per questa immensa massa di dati, e in che punto del processo avvengono le transazioni economiche? Le università e i reparti di Ricerca e Sviluppo delle aziende pagano i ricercatori, che ricavano dalla pubblicazione prestigio e possibilità di carriera. Ci si aspetta pertanto che i ricercatori non ricevano royalties per i loro scritti. Il loro lavoro non assomiglia a quello degli scrittori, che vivono delle vendite dei loro libri. In effetti, nella stragrande maggioranza dei casi i ricercatori donano liberamente al pubblico le opere del loro ingegno (quendo non si può, o non ha senso proteggerlo con un brevetto).
La produzione di testi di ricerca scientifica ha quindi uno statuto economico anomalo rispetto alla produzione di altri contenuti culturali, in due sensi molto diversi: non rende direttamente ai suoi produttori, che non ricevono royalties, e ha un impatto enorme e vitale sull’economia mondiale. Queste due anomalie sono naturalmente virtuose. Per esempio, introdurre un sistema di royalties ridurrebbe la possibilità di distribuzione e di accesso degli articoli scientifici. Gli autori sono i primi a non voler vedere questo accesso ridotto: se il loro lavoro dovesse venir valutato non solo sulla base del valore scientifico, ma anche della possibilità di generare guadagni alla pubblicazione, pubblicherebbero senz’altro di meno e non secondo criteri necessariamente scientifici, e ciò influirebbe negativamente sulla loro carriera. Di converso, la comunità perderebbe una possibilità di accedere ai risultati della ricerca.
Ma c’è una terza anomalia non virtuosa. Si tratta del filtro pagante dell’edizione scientifica. L’edizione scientifica non retribuisce l’autore ma fa pagare il lettore (nella fattispecie le biblioteche accademiche che possono permettersi i costosissimi abbonamenti alle riviste specializzate, a volte prossimi alle migliaia di euro annuali a testata). Il lettore ricompensa per le informazioni ricevute non l’autore ma il distributore di contenuto. Nella galassia Gutenberg la mediazione dell’editore scientifico svolgeva un ruolo indispensabile e non era un’anomalia: il rischio commerciale della distribuzione doveva venir ricompensato. Tuttavia, il filtro impedisce un accesso generalizzato all’informazione scientifica. E la necessità di stampare testi e muove carta stampata è resa oggi obsoleta grazie alla possibilità di rendere disponibili a costi ridottissimi le informazioni su internet.
Su www.text-e.org Steven Harnad ha legato questi fattori in un argomento politico. Il contenuto scientifico è regalato, e dato che non c’è più ragione di distribuirlo a costi elevato, dovrebbe diventare di pubblico accesso. Le università devono farsi carico di questa trasformazione: i costi della costituzione di uno standard mondiale di archiviazione e di recupero dei dati dovrebbero venir compensati dalla riduzione dei costi di abbonamento. Ma c’è un difficile problema di coordinazione interuniversitaria e internazionale (aggravato dal fatto che molte università hanno le proprie case editrici), nonché di formazione dei ricercatori all’autoarchiviazione.
Gli stati non si sono finora mostrati particolarmente sensibili al problema. È tanto più rimarchevole che alcuni organismi privati si stiano facendo carico di questo lavoro di coordinazione. Il 14 febbraio la Soros Foundation ha pubblicato un manifesto (www.soros.org), la Budapest Open Archive Initiative, che incoraggia la creazione di una rete di università dotate di software che permetta l’archiviazione e la distribuzione in modo semplice e gratuito di tutta la produzione scientifica mondiale. Naturalmente le barriere da superare sono molte. Si devono incoraggiare i dipartimenti universitari a tenir conto di materiale pubblicato sul web e non solo sulla carta quando valutano il curriculum di un candidato; si devono incentivare i ricercatori ad autoarchiviarsi sul web; si devono convincere le biblioteche a spendere meno soldi per i giornali scientifici costosi. Ma da qualche parte si deve cominciare per razionalizzare l’interfaccia oggi carente tra produzione e consumo di articoli scientifici, e un’intervento visibile come quello della Fondazione Soros è sicuramente un passo nella direzione giusta. I vantaggi per la società nel suo complesso dovrebbero superare ampiamente i costi, ed è auspicabile che i governi intervengano per rendere più rapida la trasformazione del modo in cui viene distribuita l’informazione scientifica.


Roberto Casati


(( http://www.soros.org/dev/manifesto/read.shtml questo è il link provvisorio cui si accede con una password : probabilmente nei prossimi giorni pubblicheranno il link definitivo, che a questo punto sarà ottenibile




Roberto Casati
CNRS
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